Cenni sulle origini del "Fascismo"

di Angelo Benigni

L’ indagine sulle origini del Fascismo, che è stata oggetto di ampia attività storiografica, se pure influenzata da orientamenti ideologici di diversa matrice, ha posto l’accento in maniera quasi univoca sulla situazione italiana post-bellica.

Infatti, le disastrose conseguenze del primo conflitto mondiale, come è ampiamente riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi, rappresentarono l’humus idoneo alla progressiva affermazione del movimento fascista.

Con il dopoguerra, nonostante la vittoria, esplosero in maniera violenta e contemporanea gravi difficoltà di ordine politico, economico e morale: inflazione, pressione fiscale eccessiva, scarsezza di generi alimentari, rivendicazioni sindacali ed esigenza di sostituire il vecchio ceto dirigente.

Il nazionalismo con le sue aspirazioni militariste, che tanto peso aveva avuto nell’entrata in guerra, si impadronì della vittoria per esaltarla retoricamente di fronte alla modestia dei risultati ottenuti con il trattato di pace. Si venne, così, alimentando la persuasione che l’Italia doveva sentirsi più solidale con i paesi sconfitti e impoveriti, chè con le nazioni vincitrici.

Le istanze del proletariato, invece, vennero monopolizzate dalla impazienza rivoluzionaria del socialismo massimalista in una situazione caotica creata dalla insoddisfazione per il mancato rispetto degli impegni propagandistici: “la terra ai contadini”, “le fabbriche agli operai”.

Le manifestazioni di esasperazione che ne derivarono furono opportunamente utilizzate da Mussolini per denunciare la inettitudine del governo rispetto ai conflitti sociali : con un atteggiamento ambiguo, da una parte auspicava l’unità sindacale e dall’altra fomentava la insoddisfazione nazionale per la vittoria mutilata.

Con tale modo di procedere Mussolini si accattivava la simpatia della media borghesia, andando parimenti incontro agli interessi ed alle aspirazioni degli industriali.

Il movimento fascista, sorto in organizzazione nazionale il 23 marzo del 1919, badava più all’azione che al programma, presentandosi come un “antipartito”.

Gli aderenti al movimento, erano di diverse tendenze: sindacalisti rivoluzionari, ex socialisti, artisti futuristi, giovani ufficiali e studenti. Trattavasi di elementi disancorati da ogni tradizione e da ogni ideale.

L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio, il cui avvenire politico non aveva sbocchi, servì comunque a Mussolini, demoralizzato dai risultati elettorali del 1919, per accattivarsi le simpatie dei nazionalisti in un momento di grande tensione, di contrasti e di entusiasmi.

Con il 1920, divennero massicci gli scioperi che poi sfociarono nell’occupazione delle fabbriche da parte degli operai.

Questi scioperi implicarono un grave dispendio di forze per gli operai, i quali, senza una guida sindacale, ebbero a subire numerose perdite negli scontri con la polizia.

Il risentimento degli industriali per essere stati costretti dal governo a raggiungere un accordo con gli operai, accettando il controllo sindacale delle fabbriche, favorì il loro ulteriore avvicinamento a Mussolini. Del resto, colui che sarebbe stato il futuro capo del Fascismo aveva già ricevuto corposi finanziamenti per il proprio giornale “Il Popolo d’Italia”, sia durante la guerra che dopo l’insuccesso elettorale del 1919.

Il movimento fascista si avviava, così, a diventare sempre più la guardia bianca del capitalismo e del ceto degli agrari, nel mentre che il partito socialista e la “CGIL” stentavano a tradurre in azione politica le legittime aspirazioni del proletariato.

Il Fascismo passò dall’essere un limitato movimento legato alla piccola borghesia delusa dai risultati della guerra a strumento dei grandi capitalisti e dei proprietari fondiari per fagocitare le organizzazioni contadine ed operaie.

La fraseologia demagogica e la ideologia pseudo-rivoluzionaria finirono col captare l’adesione della piccola borghesia urbana e rurale.

La nuova organizzazione fascista raccoglieva, infatti, tutte le forze rurali reazionarie inquadrando insieme ai proprietari fondiari i commercianti, al fine di annullare tutte quelle conquiste economiche, politiche, morali e sociali raggiunte sino alle elezioni amministrative del 1920 dalla classe rurale.

La stabilizzazione del fascismo avvenne attraverso una resa incondizionata all’ordine conservatore e rappresentò il prezzo che il movimento di Mussolini pagò a chi lo portò al potere. La crisi che scatenò le violenze si ebbe a Bologna con lo scontro tra socialisti e fascisti dopo l’elezione a palazzo “d’Accursio” del nuovo sindaco socialista.

L’episodio rappresentò il pretesto per scatenare  le violenze fasciste che si realizzarono con spedizioni punitive nelle regioni centro-settentrionali della penisola con un ritmo sempre crescente.

Inutilmente il deputato socialista Giacomo Matteotti prese posizione nella seduta della Camera del 31 gennaio 1922: “Il governo e soprattutto le sue autorità assistono impassibili e complici allo scempio della legge… La giustizia privata funzione regolarmente sostituendosi alla giustizia pubblica, ed è giustizia sommaria… I segni della violenza frutteranno, frutteranno largamente”.

Dinanzi a questa debolezza del potere centrale ci sarebbe stata una sola via d’uscita: che i socialisti salissero compatti e concordi al governo imprimendogli una nuova vitalità ed una nuova forza. Ma il socialismo italiano non seppe approfittare dell’occasione storica che si presentava preferendo lasciare al potere Giolitti con i popolari, salvo a lamentarne la scarsa efficienza e la dubbia imparzialità.

La confisca dei profitti di guerra, la nominatività obbligatoria dei titoli, l’ imposta straordinaria sul patrimonio, rappresentavano misure governative idonee a colpire interessi consolidati specialmente dalla industria pesante e ad annullare la lievitazione dei corsi azionari che ostacolava la ripresa produttiva.

La classe operaia era sfiduciata dalla crisi economica che con i licenziamenti indeboliva il potere sindacale in un quadro congiunturale già scosso dalla guerra e per di più influenzato negativamente dai turbamenti dell’ equilibrio produttivo e monetario internazionale.

Così l’ alta borghesia economica italiana finì con il convincersi sempre più della scarsa efficacia degli strumenti di mediazione dello stato liberale per risolvere i conflitti sociali.

Le elezioni del 15 maggio che si svolsero in funzione antisocialista, se pure permisero a Mussolini di entrare in Parlamento con altri 34 deputati, non indebolirono i tradizionali partiti di massa, per cui Giolitti dovette dimettersi.

Intanto Mussolini, preoccupato per le violenze delle squadre d’ azione che potevano compromettere le sue aspirazioni governative, si affrettò a ricercare con i socialisti e i popolari un patto di pacificazione che si concluse il 3 agosto con la mediazione di De Nicola, presidente della Camera.

Ma la fondazione del Partito Nazionale Fascista avvenuta a Roma l’ 8 novembre, segnò la progressiva ripresa delle violenze.

Di fronte alla crisi governativa (a Bonomi succedeva Facta) ed alle incertezze delle forze politiche e sindacali, Mussolini realizzò la riconciliazione delle diverse tendenze del proprio partito, ingenerando nelle forze politiche la convinzione di potersi servire del fascismo per i propri fini.

Da questo momento cominciò, di fronte al fascismo incalzante, tutta una serie di debolezze, abdicazioni e rinunce a diritti e poteri.

Di questa debolezza si resero complici gli agrari e gli industriali, ma anche buona parte dell’ esercito, della polizia e della magistratura.

E mentre i partiti non riuscivano a trovare un accordo per la formazione del nuovo governo, il comitato segreto d’ azione delle alleanze del lavoro, in seguito alla occupazione di Ravenna del 31 luglio 1922 ad opera di Balbo, proclamò uno sciopero generale di protesta in tutta Italia in difesa della legalità.

Le istanze portate avanti con lo stesso riuscirono invece a realizzare l’ effetto contrario, cioè la saldatura tra la nazione legale, quella dello stato e la nazione illegale, quella dei fasci.

Il nuovo ministero costituito da Mussolini il 31 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma, rifletteva la ambigua natura della presa di potere da parte dei fascisti, qualcosa di mezzo tra il colpo di stato e l’ avvicendamento ministeriale.

Nell’ autunno di quell’ anno, sulle macerie della caduta del vecchio stato liberale passava vittorioso il fascismo, foriero di tante rovine.

Per un ventennio il popolo italiano fù così guidato da un dispotico dittatore che lo condusse poi in una guerra tanto inutile quanto sciagurata.