Gli internati nei campi di Campagna salvati dallo Zio Vescovo di Palatucci

di Michela Argenio

Durante la seconda guerra mondiale anche in Italia furono predisposte misure di internamento sul modello del confino politico, che era stato utilizzato per gli oppositori al fascismo.                                                                                                Queste misure erano essenzialmente due: per i reati più gravi l’internamento in “campi di concentramento”, e per tutti gli altri “un internamento libero”, cioè il soggiorno obbligato in un Comune.                                                                                 In pratica le due misure avevano la stessa funzione, i campi di concentramento però potevano contenere un numero più elevato di persone.                                       Il Ministero dell’Interno scelse gli edifici più adatti per ubicare i campi in varie località in base a criteri precisi, che riguardavano l’ agibilità dei locali e la loro sicurezza.                                                                                                                      Furono poi stipulati dei contratti di affitto dalle varie Prefetture ed i locali acquisiti furono opportunamente arredati, per renderli idonei alla loro destinazione.                                                                                                         Campagna, Comune della provincia di Salerno era un piccolo centro che corrispondeva a tutti i requisiti richiesti dal Ministero, specie per la sua ubicazione, in quanto, essendo protetto da montagne,era di difficile accesso.          Il Comune era anche dotato di due caserme: la “Concezione” e la “San Bartolomeo”. Trattavasi di due edifici sedi di ex conventi con locali capienti e facilmente sorvegliabili che potevano contenere fino a ottocento persone.     Quindi, dopo la realizzazione di alcuni lavori urgenti per la diversa utilizzazione, il 16 giugno 1940 poterono arrivare a Campagna i primi internati.                           Un commissario di pubblica sicurezza, il dottor Eugenio De Paoli, assunse la direzione dei due campi di concentramento.                                                                Gli internati furono trattati con umanità dalla popolazione e dalle autorità locali; potevano muoversi liberamente e raggiungere anche il paese.                         Secondo la testimonianza di un cittadino locale, tale Palladino,”la maggior parte degli abitanti di Campagna si strinse intorno agli Ebrei, cercando in tutti i modi di non farli sentire mai diversi dagli altri”.                                                            Dobbiamo considerarli molto fortunati, se teniamo conto della terribile sorte toccata ai loro corregionali nei campi di sterminio in Germania.                               Gli internati si adoperarono, a loro volta, per aiutare gli abitanti di Campagna. Ad esempio il medico polacco David Schwarz non esitò a prestare le sue cure in piena emergenza, mancando i medicinali ed essendo l’igiene scarsa.                       Schwarz, nella sua testimonianza, ricorda che fu colpito dalla arretratezza del paese per cui, pur non essendo abilitato a svolgere la sua professione, così si espresse:”ma noi medici eravamo in una situazione speciale, perché la povertà dei cittadini, il forte numero dei malati, la scarsità dei medici italiani, la maggior parte dei quali era richiamato nell’ esercito, ci inducevano a non tenere conto del divieto. Le stesse autorità fingevano di non vedere e di non sapere”.                      Gli abitanti di Campagna, quindi, strinsero amicizia con gli Ebrei internati : ad esempio il Palladino, già citato in precedenza, divenne amico del musicista tedesco Michele Seid Maniche che si esibì anche nella cattedrale di Campagna in occasione della Pasqua nel 1941.                                                                                    Nel campo furono prese anche iniziative ricreative, come ha ricordato la figlia del De Paoli, che andavano dalle partite di pallone, ai festeggiamenti per le feste ebraiche, ai concerti.                                                                                                           Un altro testimone, Hans Friedjung, che risiede a New York, ha ricordato con gratitudine la bontà della gente di Campagna : “ non dimenticherò mai la bontà della popolazione, della Chiesa locale e pure delle autorità del luogo, che cercavano di rendere la nostra vita meno pesante”.                                                     Gli internati riuscirono a svolgere anche funzioni religiose nel campo, allestendo una piccola sinagoga, oltre a realizzare anche degli spettacoli teatrali. La loro vita trascorse, così, abbastanza tranquillamente per alcuni anni senza avvenimenti di rilievo.                                                                                                                                     Il rischio più grosso gli internati lo corsero solo dopo l’ 8 settembre 1943 : i tedeschi in fuga avevano preventivato di trasferirli a Persano, a 11 km. da Campagna, per poi espatriarli nei campi di sterminio in Polonia ed in Germania.  L’ ultimo direttore del campo, il vice brigadiere Mariano Acone, anche con l’ aiuto del Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, ordinò all’ agente incaricato della custodia degli internati di farli fuggire durante la notte.                                                              Insieme a loro si rifugiarono sulle montagne circostanti anche le guardie di custodia che temevano le ritorsioni dei tedeschi.                                                         Gli internati medici lasciarono il proprio rifugio il 17 settembre 1943, per prestare aiuto alla popolazione colpita da un bombardamento alleato che uccise centinaia di persone. I medici, infatti, con grande senso del dovere e spirito di sacrificio, furono encomiabili nel prodigarsi affinché non scoppiasse una epidemia.           Essi sostituirono, nella gestione dei soccorsi, i parenti delle vittime paralizzati dal dolore, curando anche personalmente la sepoltura dei defunti.                                   Il campo di San Bartolomeo rimase in funzione fino all’ 8 ottobre 1944 : gli internati sopravvissero con il sussidio che le Prefetture continuavano ad erogare.  Dopo la fine della guerra molti di loro ritornarono a Campagna per ringraziare le persone a cui dovevano la salvezza : il Vescovo Palatucci, il comandante Acone tra i primi.                                                                                                                      Alcuni di loro, emigrati negli Stati Uniti, inviarono somme di danaro per la ristrutturazione del convento di San Bartolomeo, nel chiostro del quale è stata apposta una lapide che ricorda come in quel luogo siano state salvate centinaia di persone.

 

  

 

   

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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