POESIE

da "Alone like a dog"

di Domenico Cosentino


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NUMERI

 

Era impossibile non ammirarti

Anche se ormai anziano

Dimostravi una forza d’animo magnifica.

Espandevi luce introno a te.

Ero sempre incuriosito

Dalle tue storie.

Le raccontavi la domenica,

quando venivamo a pranzo da te.

Storie della tua gioventù.

Quel tatuaggio che avevi sul braccio.

Mi affascinava.

Lo tenevi quasi sempre nascosto,

come se te ne vergognassi.

Solo d’estate saltava fuori.

E appena potevo lo toccavo.

Una volta ti chiesi, con tutto il coraggio che avevo,

“ nonno, ma questi numeri che hai qui, cosa significano?”

Tu non ti perdesti in mille vaneggiamenti

“ un tempo questi numeri erano il mio nome”

 

Mi chiesi come era possibile una cosa del genere,

visto che tu avevi il mio stesso nome.

Solo dopo ho capito.

Solo dopo mi son reso conto di quanto ero ingenuo.

Di quanto doveva averti fatto soffrire

Quella mia stupida e tremenda domanda.

 

 

UN GIORNO

ripensando a quel giorno

mi sento triste.

mi fa male qualcosa dentro.

Ripensando a quel giorno a palermo

Io soffro.

Soffro per te.

Tu che hai ricevuto un brutto dolore.

Tu che poi hai pianto

Nella mia stanza.

Mi hai abbracciato

E mi hai bagnato le spalle,

con le tue lacrime.

Poi ti sei addormentata

Nel mio letto.

Ti carezzai la testa

E dopo, quando fui sicuro che tu dormivi

Iniziai a piangere anche io

un pò di tristezza, perchè no?
sono triste quando ti penso
con quegli occhi malinconici in giro per parigi
ti lasciavi trasportare
condurre
come un oggetto senza anima
quando dentro notredame dicesti
"a lei sarebbe piaciuta!"
ho dovuto faticare per non piangere
per donarti un sorriso.
forse l'ultimo.
come faccio a spiegarti che non scendo da te
spesso come prima
perchè tutto ciò mi rende triste?
come si fa?
non lo si fa e basta
si finge che tutto sia come prima
mentre tutto cambia

tutto cambia in peggio

 

 

UNA STORIA NORMALE

 

lui era rimasto solo.

Triste e solo.

Vecchio.

Tanti anni di vita condivisi con lei

e ora più nulla.

Faceva fatica ad alzarsi dal letto.

Ma lo faceva per i suoi nipoti.

E poi doveva fare questo grande viaggio.

La prima volta che saliva su un aereo.

Aveva paura.

Ma era anche un po' felice.

Avrebbe visto cose nuove,

forse avrebbe anche sorriso.

Sorridere?

Da quanto tempo non lo faceva più?

Ora piangeva spesso.

Iniziò a piangere quel pomeriggio d'agosto.

Fuori al suo cortile

mentre era seduto su una fottuta seggiola di plastica

e suo nipote gli stava dicendo che non c'erano più speranze di salvarla.

Intanto il cane trotterellava

e voleva la sua razione di coccole.

Una fottuta storia normale.

 

 

ROMA

 

in questa stradina

dove nemmeno il sole penetra,

io aspetto.

Intanto osservo

la gente e i cani,

forse sono un'unica cosa.

Passa un uomo con un borsalino nero.

È visibilmente ubriaco.

Mi saluta,

facendo strisciare la sua mano destra sulla base del cappello.

Un gesto di altri tempi,

mi sento meno solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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