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Raccoglitori di pomodori
di Domenico Cosentino Sono le cinque di un'anonima mattina. Siamo in
quindici e stiamo aspettando da circa trenta minuti l'arrivo del solito
camioncino. Fa freddo, battiamo tutti i piedi per terra, per non
congelarci, per far scorrere un po' di sangue caldo nei nostri inutili
corpi. Sembriamo tanti ballerini di tiptap, ma non ci stiamo divertendo.
Sin sono creati alcuni gruppetti, ci siamo divisi in base alle nostre
nazionalità. Italiani non c'è ne sono ed io mi sono aggregato ad un
gruppo di arabi, mi han accolto volentieri tra loro, forse per il mio
aspetto fisico mediorientale. Intorno c'è il nulla, o meglio, ci sono
distese di piantagioni di pomodori, erbe officinali, e serre di
plastica. Dalle piante si sprigiona un vapore fitto e basso, sembra
nebbia che ricopre questa triste realtà. Siamo nei dintorni di aversa,
anche se potremmo essere nelle risaie padane, poco cambia, il territorio
è anonimo e indefinibile. Dal sentiero di terra battuta, in lontananza,
si alza del pulviscolo, segno che il nostro “caporale” sta arrivando a
caricarci. Non tutti stamattina avranno il lavoro, solo quelli più abili
e più in forze. Io non rischio di certo la disoccupazione. La prima cassetta è piena, la lascio qui, corro al camion e ne prendo un'altra, l'autista mi vede e mette un segno sul quaderno con la sua penna nera. Solo lavorando senza interruzioni si può sperare di guadagnare qualcosa. Qualche mio compare di sventura ha già abbandonato la sua postazione, il caldo inizia a farsi sentire, ha lasciato la sua cassa semivuota lì, come una boa a segnalare il suo passaggio. Dopo due ore di lavoro mi prendo una pausa, cerco una sigaretta nel pacchetto spiegazzato e l'accendo. Ho riempito 5 casse, diciamo metà lavoro, puzzo di sudore, sono sporco di terra, ho la terra infilata sotto le unghie, le dita sono arrossate, le piante di pomodori han delle piccole spine, quasi invisibili, che ti si piantano nella pelle, e non puoi eliminarle, devono esser assorbite dal tuo organismo. A metà sigaretta assisto ad una scena assurda. Le donne, mentre lavorano piegate, allargano le gambe e pisciano. Non possono permettersi di perdere altro tempo per i bisogni fisiologici. Vengono già preparate non indossando le mutande. Spengo la cicca sulla terra nera, col mio tallone. Guardo avanti a me e non riesco a scorgere nulla di definibile, solo altre fottute piante di pomodori.
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