Quel cielo color fango

Piera Di Carlo



Viale Regina Margherita ore 7:22, alla fermata. Ritardo del tram.
Pochi minuti, ma in quella mattina ghiacciata dall’inverno sarebbe stato più piacevole starsene al coperto. Gli alberi pallidi ed abbastanza immobili sembrava non respirassero più.
Invece, pochi mesi fa, li aveva visti spogliarsi delle loro foglie tra l’ocra ed il marrone, ondeggiando compiaciuti della loro bellezza ai deboli raggi di sole dell’autunno.
Febbraio, forse 2005, ma l’anno non ha grande importanza.
“Brrr, quanto freddo!”- pensò Chiara, il cui bel volto era coperto fin sotto gli occhi da una sciarpa di lana pura, purissima e scura, regalo di Natale della nonna che le mani rugose ed irrigidite dal tempo avevano ancora saputo intessere, nelle solite sere in cucina, davanti a qualche fiction. I suoi occhi verdi colo fango erano intensi, riflessivi, generosi.
“Come tornare in Norvegia…!”
E ricordò del periodo trascorso ad Oslo, dello scambio universitario, quando era partita entusiasta …un tempo non troppo vicino né lontano, forse 2003 ma l’anno, di nuovo, non ha grande importanza.
Il tram si avvicinò. Chiara fece un agile passo in avanti e vi saltò su. Si sedette e dai finestrini guadava le immagini che a tratti più o meno veloci si presentavano. Possono sei mesi cambiarti la vita? Può un semplice evento assumere un’importanza maggiore a quella di mille altri?
Quell’inverno gli era sembrato caldo nel freddo di Oslo, non solo per le zuccherine torte alle mele ed i bicchieri bollenti di tè. Dentro di lei era rimasto qualcosa di speciale che continuava ad irradiare il suo vivere quotidiano, sebbene a momenti sfiorato dalla malinconia.

I loro sguardi si erano incrociati per la prima volta, intuendo subito una simpatia, durante una caccia al tesoro sotto la neve tra studenti provenienti da diversi Paesi. Tra accordi e proposte, regolate da un giudice di gara improvvisato, illustrissimo professore di economia aziendale, due squadre erano state formate e le ricerche erano cominciate. Chiara e Marco, anch’egli italiano, si erano trovati a giocare insieme. Con una mappa alla mano bisognava scovare il maggior numero di oggetti e indovinare un misterioso personaggio. Così, furono raccolti una serie di indizi: una foto della Tour Eiffel, una cartolina della Polonia, l’immagine di un pianoforte, degli spartiti, una data di metà ‘800, un si bemolle. Si trattava di un musicista, dunque.
“Chopin!”- esclamò ai suoi compagni, affannata ancora, Chiara – “è Chopin!”
Lui la guardò, le sorrise e nei suoi lineamenti affabili e rassicuranti lei colse un po’ di sé, d’istante ebbe la sensazione di ritrovare una parte di lei in quel tempo confusa. Lui annuì e disse che sì, Chiara aveva ragione.
Da quel giorno non si persero più di vista. Tra un cinema, una lezione, una cena, gli incontri si fecero sempre più frequenti. Lei raccontava tanto della sua vita e lui la ascoltava attento, a volte davvero interessato, aggiungendo qualcosa di sé, ma non parlava mai quanto lei.
Però,  diceva spesso che adorava quel posto e tutta quella neve, tanto da volerci vivere.
Chiara soleva ricordare un’altra città a cui era profondamente legata perché aveva rappresentato un periodo della sua vita in cui era stata davvero bene, come adesso con lui. Ed era Napoli, ed erano le passeggiate sul lungomare, all’ombra di Castel dell’Ovo, rinfrescate dalla brezza, tra lo stridio dei gabbiani e il sole che al tramonto amava luccicare ed immergersi nel mare.

Chiara curava sul giornale universitario una rubrica per erasmus italiani in partenza o appena arrivati: c’erano indirizzi, informazioni, curiosità. Marco s’improvvisò studente in difficoltà, senza casa, costretto a stare in un albergo economico ma lontano…solo perché cercava un appartamento vicino a lei.
Fino al giorno in cui, dalle stesse pagine del giornale Chiara apprese che Marco doveva partire. Tra le righe di una lettera, lesse che era un fatto “necessario, anche se doloroso, non potersi trattenere…”, che andar via d’improvviso, di propria iniziativa, forse era anche “il modo migliore per finire una relazione che comunque non poteva continuare…”
Inutile dire quello che lei provò, palesemente espresso in quegli occhi intensi, riflessivi. Feriti.

Chiara avrebbe voluto raccontare la sua storia ad un centinaio di persone.
Chiusa nel suo giubbotto, i suoi respiri sbadigliavano noia mentre gli occhi cercavano casualità, un viso nuovo da osservare, una domanda da porre, un evento da interpretare.
Poteva essere nella borsa di quella passante, nella ventiquattrore del distinto signore in piedi sul tram, nelle canzoni che lo studente in corsa ascoltava dal suo lettore mp3.
Oppure era nella sua mente, nella sua rievocazione mista di colori e di ombre.

All’incrocio con via Morgagni, Chiara  scese e si avviò  verso la metropolitana per raggiungere l’ufficio di marketing dove lavorava. Proprio all’ingresso del sottopassaggio due ragazze dall’aria spaesata le si avvicinarono ed in un inglese nordico le chiesero come raggiungere “the centre”. Chiara indicò loro il percorso e le fermate della metro. Dallo zainetto di una delle ragazze che si allontanavano intravide uscire una rivista dallo sfondo celeste.
Le richiamò prima che scendessero le scale. Era il famoso giornale di Oslo!
Chiara lo sfogliò ansiosa e incredula di leggere, proprio e ancora lì, quel nome: Marco M., ricercatore italiano in Statistica demografica, autore di un articolo sulla mobilità studentesca. C’era un indirizzo, un numero d’ufficio, un cellulare, un modo per risentirlo. Le ragazze notarono il suo stupore e le lasciarono quella pagina, mal strappata e coi bordi arricciati. Arrivata in ufficio Chiara avrebbe voluto chiamare subito, ma non lo fece.

Dimenticò invece e fece finta di non sapere a lungo per giorni e mesi.
Fino a che una sera di fine primavera, tornando a casa un po’ più tardi del solito, si fermò e si sedette qualche istante a Piazza del Popolo.
Prese quel numero che portava sempre con sé e il suo telefonino. Guardò il foglio su cui era annotato, lo girò, lo rigirò e infine compose le cifre e inoltrò la chiamata.
Mentre l’oscurità della sera scendeva, difforme, a coprire di magia i luoghi di giorno affollati, le luci dei lampioni, dei ristoranti, quelle ancora accese dei negozi e in alto la fresca luna consolavano la sua incertezza. 
Lei aveva un sorriso che sapeva togliere ogni imbarazzo e lasciare agli altri la voglia di conoscerla. Lui aveva una voce calda e dolce.
Una notte che si avvicinava, sempre simile, le suggeriva di ascoltarlo. A distanza, come avvolto da un alone, come quel cielo color fango uguale ai suoi occhi, sopra Roma.