Racconto Breve

Ultimo rombo

Piera Di Carlo

Ottobre ancora tiepido, mi ritrovo allo specchio.                                                         Il viso un po’ assonnato ed appassito dopo il risveglio, le mie occhiaie sono da cornice al pallore del primo mattino.                                                                              La luce di un pensiero attraversa il mio sguardo di un marrone opaco, accigliato come il ricordo che mi si presenta tutto d’un colpo.                                                    Il rombo lo sento, timida accensione di un motore ormai riconoscibile, e subitaneo mi sovviene il dubbio: mi sporgo dalla finestra per un fugace addio, oppure no?                                                                                                                      “Ma come non l’hai salutata?” ieri sera Betty mi aveva come sempre carinamente rimproverata.                                                                                                             “Domani se ne va”. “Beh, no”, avevo risposto un po’ stralunata come sono io, potevo aver dimenticato o non sapere, visto che vivo in un mondo tutto mio.     Come d’incanto il Pc ci aveva mostrato le ultime colorate foto che le erano state scattate da mio fratello, un tipo un po’ beat, cui quella compagnia negli anni ben si addiceva.                                                                                                                    Stile falsamente trasandato ma semplice e lineare, direi essenziale, una di quelle conoscenze che si consolidano on the road e che la strada ti riconsegna in una molteplicità di racconti, sintesi di momenti vissuti assieme, avventure scanzonate, eventi importanti, fatti ordinari.                                                             Lei, è vero, era stata sempre presente e preciserei fedele, tranne qualche volta quando s’era stancata di starci sempre dietro e quindi…ci aveva piantati a terra.  Negli anni era diventata un po’ meno silenziosa e più petulante, si lamentava per nulla, si bloccava per un raffreddore, si stancava facilmente.                   Eppure ora in quella foto, nel suo abito verde bottiglia, sembrava rinata. Bella, davvero bella e finanche elegante…quasi non la riconoscevo.                         Dodici anni trascorsi insieme sono un tempo che appartiene, ipso facto, alla memoria che annulla i parametri oggettivi per ricondurre al presente momenti del vissuto. Ieri e oggi si mescolano al riaffiorare del ricordo che supera ore, giorni, anni, decenni restituendo sensazioni, emozioni, esperienze.                       Di cose fatte insieme, noi con lei, ce ne erano state davvero tante.                           In quel momento, davanti allo specchio, mentre i raggi del primo sole cominciavano a penetrare tra le fessure della finestra, ecco, mi era venuto in mente mio zio Egidio perché lui proprio ce l’aveva presentata.                                E che sorpresa! Io avevo 18, forse 19 anni, certo a quell’età la vita è un sogno e quindi quand’era arrivata l’ennesima sorpresa, accipicchia, era stata una grande gioia davvero.                                                                                                                  Zio, col suo tipico modo generoso, ci aveva poi sussurrato emozionato: “Allora vi piace? Trattatela con cura!”.                                                                                       Da lì è storia; storia di serate con gli amici, pizze, cinema, amori; storia di Kilometri consumati per scoprire nuovi posti, per arrivare dov’era necessario. C’era alla mia laurea, c’era al mio primo colloquio di lavoro, c’era alle corse gioiose ed affannose.                                                                                               Quanti momenti avrebbe potuto raccontare a tutti con un po’ di musica in sottofondo.                                                                                                                      Così è per me e ancora di più per mio fratello che praticamente aveva consolidato con lei una amicizia molto affiatata.                                                       Per quanto riguarda le mie sorelle, la prima già da tempo aveva potuto frequentarla di meno, mentre Betty le si era avvicinata da qualche anno.                                                                                                                             Credo che ognuno di noi abbia un vivido ricordo legato a lei.                       Dunque, quella mattina non mi affacciai, mi mancò il coraggio.                        Sentii quel rombo, dapprima singhiozzante poi deciso; capii e mi fu detto che aveva avuto qualche reticenza a partire , ma poi prese il suo percorso e me ne accorsi quando svoltò a sinistra per la curva                                                                 Si dice che qualcuno dal cuore gentile, sapendo che non sarebbe più tornata, abbia pianto per i motivi di cui parlavo.                                                                          Il tempo dell’anima è incredibilmente profondo.                                                     Mio fratello che l’aveva giustamente accompagnata pare fosse rimasto in silenzio mentre la vedeva allontanarsi mesta, forse anche un tantino inconsapevole.          “ XX XX XX” era la sua targa, il suo nome di produzione. Da noi era stata ribattezzata la “Pollomobile”, prima ed insostituibile compagna dei nostri viaggi, dei nostri primi passi sulle quattro ruote.                                                       Lo sai, aveva sempre avuto quell’espressione buffa, come d’un Panda.

 

 

 

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